"Non mi sono arreso perché mi sarei vergognato di fronte a quei bambini che stavano peggio di me. Mutilati anche nel corpo, eppure continuavano ad andare avanti".
Enaiatollah Akbari, il giovane afgano giunto in Italia a 15 anni dopo un "viaggio" di cinque che lo ha condotto da Kabul a Torino, passando per Pakistan, Iran, Turchia e Grecia, ieri sera a Gemona, ospite del Laboratorio Internazionale della Comunicazione, ha sintetizzato così la forza che lo ha sostenuto nella sua odissea, raccontata dallo scrittore Fabio Geda, anch'egli presente, nel libro "Nel mare ci sono i coccodrilli" (baldini castoldi dalai, 2010).
Davanti ad un folto pubblico composto dai quasi cento corsisti del Lab, provenienti da 27 paesi, e da molti giovani e adulti friulani e moderato dal giornalista Gianpaolo Carbonetto, Akbari ha riletto il suo viaggio come una scoperta del mondo e di sé volendo dare voce a tante altre storie simili che non hanno un altrettanto lieto fine e che non riescono ad emergere. "Non sono stato forte", continua a ripetere, "sono stato fortunatissimo", perché finalmente ha trovato una famiglia che lo ha accolto quando rischiava di restare di nuovo sulla strada perché non c'erano più posti disponibili nelle case d'accoglienza per i minori non accompagnati.
Non parla mai male dei paesi che ha attraversato, dopo essere stato accompagnato dalla mamma in Pakistan perché, le riconosce oggi, "la mamma conosceva il valore della vita". "Non mi sono fermato poiché non vi sono leggi che tutelino i minori che fuggono da zone di guerra - racconta - e perciò voglio che si conosca la mia storia, perché la burocrazia non deve essere un ostacolo alla salvezza".
Il Lab 2010 ha come filo conduttore la domanda su quali siano le aspirazioni dei giovani oggi e Enaiatollah ne ha di precise: "studiare scienze politiche e tornare in Afganistan quando sarà possibile, per essere un membro onesto del parlamento". Così determinato per sé, rifugge dal dare suggerimenti ai coetanei italiani appesantiti dalle crisi contemporanee. "E' difficile, ammette. Per me l'italia è un paradiso perché ho conosciuto cos'è l'Afganistan, dove non sai se e quanto resterai vivo. Loro quella dimensione non la conoscono, perciò vorrebbero la luna".
Ventunenne e vorace lettore, è legato ai suoi connazionali ("Quando siamo fuori dall'afganistan siamo tutti afgani e dovremmo essere così anche entro i confini") e aggiornato sulla situazione del suo paese anche da fonti di prima mano (Telefona alla madre ogni settimana, anche se da allora non l'ha più rivista). Sulla situazione in Afganistan ha idee chiare: "l'occidente è presente lì da 10 anni, ma le cose non sono cambiate. La guerra continua. Tuttavia, ritengo che le forze occidentali debbano rimanere, viceversa si scatena la guerra civile".
Da Geda, che è stato aiutato nell'ascoltare e poi scrivere questa storia dall'essersi occupato per un decennio di disagio giovanile, l'invito ai giovani a dare il proprio contributo innanzitutto culturale per aprirsi e accogliere persone che vivono condizioni così tremende. "Fate controinformazione - li ha esortati -, raccogliete storie e diffondetele attraverso la rete".